Un ipertesto per imparare

di Agostino Roncallo

Il senso di un Pinocchio dell'anno 2000

A volte capita di trovare, per puro caso, la spiegazione a problemi che ritenevamo insolubili. Mi è successo di recente. In questi ultimi anni un fatto appariva difficile da comprendere: non era chiaro il motivo per il quale alunni dotati di buone capacità finissero regolarmente nell'elenco degli "abbandoni" scolastici. All'inizio si poteva pensare al caso. Ma poi i "casi" sono diventati un po' troppo frequenti ed il fatto lasciava un senso di rabbia. Sì, perché quei ragazzi che si ritrovavano respinti erano stati alunni per i quali non avrei avuto incertezze nel pronosticare un buon avvenire scolastico una volta eliminate, con la maggiore età e l'acquisizione di responsabilità, alcune leggerezze e qualche discontinuità di troppo nello studio. Il pronostico si sarebbe rivelato più che sbagliato e, quando si sbaglia, si desidera sempre saperne il motivo.

A svelare l'arcano è stato un episodio, appunto, semplicissimo.

Ero in una scuola elementare per un avviamento dei bambini all'uso dei computer. A un certo punto, mentre questi ultimi erano tutti attratti dalle moderne sirene multimediali, una maestra si avvicina e dice:

"Vede professore, i bambini certo starebbero delle ore davanti a quegli schermi, ma poi finiscono per non leggere più i libri e per non conoscere nemmeno, ad es., le più semplici "tabelline". Provi, provi lei a fare qualche domanda!".

Il discorso appariva un po' frusto: il solito insegnante con una visione apocalittica delle nuove tecnologie. Tuttavia, non potendo scansare l'ostacolo, mi avvicino a Jonatah, un bambino frequentante la prima elementare.

"Senti Jonatah, quanto fa quattro meno quattro?"

"Due" risponde, anche con una certa sicurezza.

Superfluo è descrivere il viso della maestra che appariva a metà tra lo scandalizzato e il soddisfatto, visto che la sua ipotesi sull'ignoranza delle nuove generazioni aveva trovato subitanea conferma. Le certezze di Jonatah suggerivano però di ripetere la domanda, ma la risposta era la stessa, identica, ferma. A questo punto occorreva una richiesta di spiegazioni:

"Scusa Jonatah, ma perché dici che quattro meno quattro è uguale a due?"

Il bambino si gira alquanto seccato verso di noi e, con l'aria di chi ha qualcosa da insegnare, ci mostra la mano aperta con il pollice piegato e dice:

"Quattro?"

"Sì" rispondiamo.

"Meno quattro?" e dicendo questo mostra anche l'altra mano aperta, sempre con il pollice piegato in basso.

"D'accordo"

A questo punto, come per magia, Jonatah gira le sue mani. Con una rotazione le quattro dita si abbassano e davanti ai nostri occhi esterrefatti rimangono, inesorabili, i due pollici alzati. Non c'era alcun dubbio: la soluzione dell'operazione era proprio quella. Quattro meno quattro uguale due.

Il bambino aveva fatto un ragionamento molto semplice, matematicamente errato, ma certo non banale. Eppure se avesse scritto quella risposta in un test oggettivo, pensavo tornando a casa, avrebbe sicuramente rimediato un brutto voto. Di brutto voto in brutto voto avrebbe perso qualche anno. Anno dopo anno avrebbe abbandonato la scuola.

Ecco come spiegare l'enigma degli "abbandoni" di cui si parlava inizialmente

E' certamente possibile affermare con un voto che un allievo "sa" o "non sa", così come si può dire che Jonatah non sa risolvere operazioni semplici, ma se ci chiediamo "perché" le cose cambiano completamente e quelle che apparivano negatività possono trasformarsi in valori.

Lo studente di fine millennio vive la seguente situazione:

possiede medio-alte capacità elaborative non supportate da continuità di impegno e da un orientamento che gli permetta loro di studiare in modo efficace, è l'immagine riflessa di una società sistemica, dinamica, in continua trasformazione. Perché tali capacità si trasformino in competenze occorre che siano sostenute e valorizzate, in caso contrario il risultato sarà l'insuccesso.

La storia che abbiamo raccontato è emblematica perché rivela l'importanza educativa dei processi di apprendimento rispetto al loro atto conclusivo (la prova di valutazione, oggi molto enfatizzata dalla didattica modulare). La ricchezza del rapporto educativo è data dal confronto continuo che un insegnate può stabilire con i suoi alunni: si costruisce a partire dalla pluralità delle formae mentis e delle gardneriane "intelligenze multiple", dall'idea che esiste una molteplicità delle vie d'accesso ai saperi.

L'ipertesto "Pinocchio impara ad imparare" si inserisce proprio in questa prospettiva, mostra da questo punto di vista una strada per l'impiego delle nuove tecnologie: si tratta di una strada che non intende in alcun modo enfatizzare il prodotto (l'ipertesto ha caratteristiche di semplicità), ma il  momento educativo sì. Eccome.

Per sintetizzare il senso pedagogico di questo lavoro, mi soffermo su tre caratteristiche principali:

a) la possibilità di individualizzare di autogestire (per l'alunno) un proprio percorso di apprendimento;

b) la molteplicità delle vie d'acceso ai saperi e quindi l'opportunità di giungere alla conoscenza attraverso strade diverse.

c) la rilevanza delle "analogie", utili ad avvicinare gli studenti alle nuove conoscenze attraverso un accostamento con quanto già si è conosciuto e compreso.

Studio, mi impegno, ma voglio sapere come me la cavo

Immaginiamo un alunno che non abbia mai visto un test "oggettivo", la sua avventura del conoscere è appena all'inizio. La scuola non è neppure l'unica sua agenzia educativa, pratica anche il calcio. Desideroso di imparare, chiede spesso consigli all'allenatore e ne fa tesoro per soddisfare una difficile domanda: come posso  diventare un vero giocatore?. E la domenica, prima della partita, pensa di potercela fare, sa cosa deve fare; le parole dell'allenatore risuonano nella sua mente: un giocatore si vede dal coraggio, dall'altruismo, dalla fantasia... Quando insegue il pallone ci pensa, si entusiasma, si sente promosso, e il pubblico stesso pare supportare questa sua speranza: il ragazzo si farà/anche se ha le spalle strette/il prossimo anno giocherà/con la maglia numero sette. Autovalutarsi significa saper considerare i propri errori, gli sbagli, e per questo è importante la presenza del suo allenatore, soprattutto per questo. Infatti, dopo la partita, lui saprà già di aver giocato bene o male, non c'è bisogno che altri glielo dicano, né che gli mandino a casa schede con lettere o numeri. La sua è una auto-valutazione. Ho visto un ragazzino piangere al rientro negli spogliatoi: sapeva già con precisione ciò di cui il "mister" l'avrebbe rimproverato.

Il nostro Pinocchio fa un po' le veci di questo allenatore, guida gli alunni, li consiglia ma, alla fin fine, saranno proprio loro a tenere il timone della propria navigazione: apparirà chiaro che la scuola non è l'unica agenzia educativa esistente e potranno dunque scegliere di esercitarsi all'interno della bottega-laboratorio, oppure di consultare testi in biblioteca, prima di ritornare nella scuola per affrontare le fatidiche esercitazioni. Non esiste un fattore tempo: nessuno ottiene premi per essere arrivato primo alla fine del gioco, i "tempi" dell'apprendere non sono uguali per tutti e possono essere personalizzati. Ma ciò che più conta per gli studenti è proprio la possibilità di avere un feed-back continuo e di sapere un giudizio sul proprio operato, sul proprio comportamento.

Che poi tale giudizio si trasformi più o meno frequentemente in numeri o lettere, è cosa secondaria. L'elemento principale è dato dall'apertura di canali di comunicazione tra gli attori del processo educativo che interrompa quella rigida canalizzazione che porta il giudizio del docente ad incontrare i suoi alunni solo in occasione di una prova finale. La storia egizia ci insegna che per la costruzione di canali è necessario un clima di cooperazione e collaborazione. Con l'avvento dell'epistemologia della complessità, l'apprendimento si configura sempre meno come un percorso lineare. Forse un turista troverà soddisfazione nel seguire la corrente e lasciarsi trasportare fino  al delta del Nilo; ma a scuola non ci sono turisti perché la conoscenza non è già data ma si costruisce, è un obiettivo da raggiungere per il quale occorre investire energie e scoprire le vie di approccio ai saperi. L'acqua va regolata e convogliata sui terreni impervi della conoscenza. Per renderli fertili, naturalmente.

Quali strade per conoscere?

Le vie d'accesso alla conoscenza sono numerose. Normalmente un insegnante indica ai suoi alunni una via privilegiata (se volete capire, dovete fare il tal esercizio, sottolineare il tal brano, ecc.). Ma esistono canali privilegiati che possano avvicinare i nostri alunni alla comprensione? Dipende dai temi trattati. Quello che è certo, è che occorre fornire agli studenti più punti di accesso promettenti, perché è in base a tale "impatto" che un argomento può affascinare o respingere, adattarsi o meno alle diverse intelligenze. In Pinocchio abbiamo suggerito tre vie: quella della fantasia, quella della pazienza e quella del ragionamento (o del "pensiero logico). La scelta potrebbe apparire riduttiva, infatti non si può certo pensare che siano solo questi   tre i modi per avvicinare gli studenti alla conoscenza: ci sono approcci statistici, narrativi, estetici, ecc. Ma l'obiettivo era semplicemente quello di indicare un metodo: mostrare concretamente come un argomento possa essere affrontato a partire da differenti punti di vista.

Un altro dubbio potrebbe derivare dalla divisione delle tre vie: è possibile un apprendimento fondato solo sulla fantasia oppure solo sul pensiero logico? Ovviamente no. Infatti si noterà che le strade dell'apprendere nel Pinocchio non sono rigidamente orientate all'uno o all'altro approccio. Non potrebbe essere diversamente. Diciamo quindi che le vie dell'apprendere, rappresentate da altrettanti cartelli segnaletici, non sono a compartimenti stagni: la fantasia ad es. connoterà maggiormente l'itinerario ad essa relativo, senza che per ciò venga meno la capacità di riflettere o di fare calcoli.

La "forza" educativa delle analogie

E' noto che i giovani di questo fine millennio possiedono una capacità di apprendimento "in situazione" che salta la mediazione del modello teorico, segno di un profondo radicamento in una società complessa e dinamica. Ciò naturalmente non significa che la scuola non debba più rappresentare il luogo deputato alla formazione dei giovani, come interpretazioni "estreme" potrebbero far pensare. Al contrario, una scuola che ambisca ad essere realmente un luogo di apprendimento non può ignorare strumenti che permettano agli alunni di avvicinare temi o argomenti del tutto sconosciuti. In questo senso il ricorso ad analogie che consentano l'accostamento di conoscenze nuove ad altre già note, o a situazioni vissute, non può che facilitare la comprensione.

Come analogie intendiamo degli esempi tratti da un campo dell'esperienza familiare ai giovani. Anche le metafore (così come le similitudini) servono a chiarire i temi meno noti nei termini di quelli più noti.

Nel Pinocchio questa compito è affidato alla "Fata turchina". Come si noterà, ella sarà sempre pronta a dispensare i suoi consigli; ma senza suggerire risposte, bensì creando i più diversi accostamenti: il problema della difesa dei confini dell'impero romano può anche ricollegarsi a quello della difesa di un fortino che un giovane può costruire in un prato. Ma attenzione: un accostamento errato può risultare fuorviante e compromettere, invece di facilitare, la comprensione dei fatti. La scelta di una metafora adatta al contesto è sempre rischiosa. Parallelamente, l'uso dell'analogia non può di per sé determinare nuovi apprendimenti, ma solo facilitarli; quindi tale uso deve essere inserito in una strategia educativa più ampia.

Conclusione: usare e costruire ipertesti per l'apprendimento

Infine, una considerazione di carattere generale: vi sarete accorti che il "Pinocchio" qui presentato non ha titolo per essere considerato un prodotto esaustivo nel senso didattico della parola. Le tematiche scelte per illustrare i percorsi di apprendimento sono limitate e le cosiddette "vie d'accesso" alle conoscenze sono ridotte a tre casi. Quindi: dal punto di vista del solo "uso", l'ipertesto non consente esperienze ad ampio raggio. Potrebbe apparire tutt'al più come un semplice divertissement. Diverso invece il discorso se pensiamo a questo "Pinocchio" come ad un prodotto per l'apprendimento. A fronte di ipertesti poco interattivi e molto lineari, pur nella varietà dei percorsi, quello che qui suggeriamo ha una impostazione pedagogica. L'obiettivo è mostrare come si possa pensare all'ipertestualità in una dimensione educativa: come, in altre parole, si possano progettare e costruire materiali che abbiano realmente un "senso" educativo per i nostri ragazzi. Con o senza computer, naturalmente. C’è chi pensa che la tecnologia possa rubare il tempo e lo spazio all’immediatezza delle relazioni “faccia a faccia” tra l’insegnante e di suoi alunni; altri pensano che essa possa diventare un modello cui ispirarsi proprio per migliorare la qualità di tali relazioni. Tra questi ultimi, si annoverano di certo anche gli autori di questo ipertesto. Un insegnamento fatto di tanti e diversi approcci al conoscere, di velocità di apprendimento diverse, di scenari che valorizzano le competenze dei nostri alunni, è importante che esista proprio nella quotidianità dell’interazione in classe. “Pinocchio impara ad imparare” non è da questo punto di vista un prodotto fine a se stesso, è una proposta: uno stimolo per la costruzione di nuovi percorsi di apprendimento.